Una nuova stagione politica per l’Italia

Una nuova stagione politica per l’Italia

Il tempo odierno è segnato, più che in ogni altra epoca, dalla velocità dei cambiamenti economici, sociali ambientali e culturali e dalla loro dimensione globale.

La politica democratica perciò, non solo nel nostro Paese, è interrogata dai cittadini con una domanda profonda sull’efficacia dei suoi strumenti, sui suoi tempi di reazione rispetto ai fenomeni, in sintesi sulla sua capacità e possibilità di guidare il cambiamento non limitandosi ad inseguirlo. La risposta non è scontata se è vero che alcune delle principali potenze economiche del pianeta sono governate da modelli politici che segnano platealmente il divorzio fra mercato e democrazia.

La crisi di questi mesi ha però aggredito i fattori strutturali di un modello di vita, di un paradigma che vedeva nel mercato il pilota automatico del mutamento sociale e che assegnava alla politica il mero compito di assecondare senza interferire. La crisi, le sue origini, la sua evoluzione, mette radicalmente in discussione i capisaldi tradizionali di una destra liberista che ha plasmato le culture politiche dell’ultimo quarto del secolo scorso.

E’ emersa, almeno a livello dell’analisi e della necessità di trasmettere all’opinione pubblica mondiale messaggi simbolici adeguati, la consapevolezza che problemi globali richiedono soluzioni globali, principi condivisi, nuove regole e dunque nuove architetture istituzionali sovranazionali, a partire da un convinto rilancio dell’Unione Europea.

In Italia, la stabilità “formale” del quadro politico – larga maggioranza parlamentare, interventismo legislativo del governo, ampio consenso mediatico e popolare verso il premier – ha nascosto, ma non risolto, l’inadeguatezza complessiva delle risposte adottate, non proteggendo ma semmai isolando il nostro Paese da una dinamica che coinvolge oramai tutti gli altri. Alla stabilità “formale” non corrisponde cioè una stabilità “sostanziale”. La destra italiana, nonostante gli annunci, non è una destra moderata e riformatrice; così la stabilità produce innanzitutto staticità. E’ una destra che risponde col protezionismo all’irrompere delle società aperte, col populismo alle domande di moderni diritti di cittadinanza. Accrescendo le tensioni e i rischi di divisione nella società italiana. Con ciò evidenziando la distanza tra culture riformatrici e pratiche di ammodernamento che spesso si traducono in irragionevole conflitto tra democrazia decidente e democrazia partecipata, laddove il Bene Comune come progetto del nuovo secolo richiederebbe una virtuosa sintesi. Non è forse questa la nuova frontiera che dà senso alla nascita del PD?

Si apre, dunque, una fase politica carica di contraddizioni, nella quale si alterneranno momenti di scontro duro tra maggioranza ed opposizione, tra parti sociali (tra loro e col governo), con momenti di collaborazione politica sulle riforme e sulla crisi, pur non essendo possibile un immediato esito politico (crisi di governo, elezioni anticipate) che permetta di girare pagina, esplicitando le profonde differenze che ci separano sul modello di società e di politica.

Le decisioni che il Pd assumerà prossimamente determineranno la propria credibilità verso un elettorato oggi suddivisibile in quattro diverse fasce di cittadini: quelli che ci sostengono convinti della bontà del progetto e che chiedono un ruolo più attivo nella vita del partito, quelli scossi ma ancora fiduciosi che attendono un messaggio rassicurante, quelli che hanno trasformato in astensione la propria delusione, quelli che non ci votano considerando deboli i caratteri della nostra opposizione.

In questa situazione le elezioni europee ed amministrative sono certamente un test di grande importanza, ma il valore del progetto democratico rispetto a questo cambiamento si misura su un arco più lungo che contiene la costruzione del partito nuovo, il prossimo appuntamento congressuale, la capacità del PdL e del PD di essere, in proprio e attraverso una idea diversa di alleanze con altri, il perno della modernizzazione del sistema politico-istituzionale del Paese.

La crisi economica è il principale fattore di contesto destinato a produrre instabilità. La sua gravità, la sua durata, la dimensione internazionale, la relativa esposizione del nostro sistema bancario, il peso del nostro debito pubblico possono indurre a due reazioni contrapposte. Da un lato affrontare la crisi di petto, non sottovalutandola e non nascondendola, confidando sulla responsabilità collettiva del popolo italiano, stringendo un patto unitario che rilanci la competitività della nostra economia non rinunciando alle tutele dei diritti, adottando politiche coraggiose che accompagnino e rilancino l’impresa e il lavoro, valore umano e sociale che la Costituzione pone addirittura a fondamento della Repubblica, e che affrontino le debolezze del nostro sistema, la formazione e la ricerca, gli investimenti ambientali come fattore strategico per un vero sviluppo sostenibile. Dall’altro lato c’è un approccio diverso, quello scelto dal governo, che tenta di contenere gli effetti della crisi dentro uno scenario fisiologico, teme il catastrofismo più della realtà, adotta il basso profilo, molta cautela e una fiduciosa attesa.

La differenza tra queste due impostazioni è evidente e profonda. Al Paese serve una nuova visione ideale, una crescita di “senso”, una fiducia personale e comunitaria sulle risorse disponibili e creabili, sulle proprie capacità espresse ed inespresse. E’ necessario perciò coinvolgere gli italiani in un grande progetto di futuro di cui siano i cittadini, tutti i cittadini e ciascun cittadino attore protagonista, non spettatore del proprio futuro.

In mezzo ad una crisi, c’è differenza tra il “fai da te” e la sussidiarietà, tra la compassione e la solidarietà. Le energie evocate dai valori di solidarietà e di sussidiarietà diventano, in questo contesto, medicine e ricostituenti per un tessuto sociale ferito e lacerato, dove è cresciuta la disuguaglianza e la divisione.

Nella prospettiva ideale e culturale di coesione e di giustizia sociale che i democratici richiamano, le riforme economiche non sono dunque la risposta tecnocratica e contabile ai problemi del Paese ma lo specchio di un’idea di società più libera, aperta, solidale e moderna. Con tale visione occorre riformare lo Stato e i sistemi di welfare, cosicché il rientro progressivo dal debito nuovamente cresciuto, generi espansione di opportunità e non contrazione di reddito.

La società italiana esprime oggi nuove domande di benessere, di modernizzazione, di operosità, di innovazione, di giustizia, di competizione. E insieme timori, chiusure, individualismi esasperati, richieste di protezione. La modalità di risposta a queste domande è il cuore della competizione politica con la destra. Senza ridurre una dinamica complessa ad una caricatura propagandistica, è però oramai consolidata la prassi della destra italiana di motivare ogni obiettivo, ogni traguardo non raggiunto innanzitutto come una battaglia contro qualcuno, contro qualcosa, lavorando cioè sulle fratture sociali, sulle paure: la sicurezza ridotta a dibattito sull’immigrazione, il federalismo come proclama anti-centralista, la giustizia come battaglia anti-magistrati, l’intrapresa come strizzata d’occhio un po’ complice verso l’allergia alle regole.

Promuovere il cambiamento e l’innovazione non può per noi essere disgiunto dalla cura verso i beni sociali, verso il valore del bene comune.

  1. Il PD trova le sue radici nel mondo del lavoro inteso nella sua accezione più ampia: creare ricchezza, occupazione, benessere nell’ industria e nell’ agricoltura, nei servizi e nelle professioni, nella pubblica amministrazione e nella scuola, nell’ università e nella ricerca. Il PD contrasta la precarietà e il lavoro nero e illegale, si batte per affermare il lavoro dignitoso,   la tutela della salute e della sicurezza; si impegna nella difesa dei redditi dei lavoratori e pensionati; propone politiche di promozione del lavoro femminile e giovanile e misure che rendano più facile l’accesso alle professioni; favorisce il dialogo e la concertazione per affermare una civiltà più avanzata del lavoro e dell’impresa che consenta una maggiore autonoma e verificata rappresentatività delle parti sociali e realizzi nuove forme di democrazia economica fondate sulla partecipazione, la solidarietà e la responsabilità; pone l’ambiente al centro nelle politiche di sviluppo per una nuova “via verde” dell’economia.

La modernità pone anche alla politica la novità della discussione sui temi etici. Non solo il testamento biologico, ma l’insieme dei temi attinenti alla malattia,  alla vita e alla morte. La Costituzione ci aiuta a discernere le strade da imboccare: la libertà dei cittadini, il rispetto della loro volontà non sono in alternativa al diritto imprescindibile alla vita e alla sua difesa. La laicità dello Stato resta il punto fermo di una cultura politica unitaria dei democratici, così come la consapevolezza del limite della politica su temi in così rapida evoluzione fa assumere come confini il rispetto della riservatezza, dell’autonomia dei singoli, della prudenza, di un proprio ruolo non invasivo e ideologico.

Le istituzioni e le forme della politica devono essere i vestiti coerenti della vita di un Paese. Coerenti fra loro, coerenti con le aspirazioni della coscienza collettiva di una nazione. E’ forte la domanda di una politica più efficace, più rapida nell’assunzione di decisioni, più responsabile davanti alla comunità. L’insieme delle riforme già adottate e di quelle dei prossimi anni devono esprimere questa tensione: il senato federale, la riduzione del numero dei parlamentari, regolamenti più snelli, una maggiore autonomia degli enti locali, sia sul piano fiscale che delle iniziative, la riorganizzazione e razionalizzazione del sistema pubblico e delle Autonomie Locali. La riforma della seconda parte della Costituzione come fondamento di una moderna cittadinanza, cogliendo al meglio lo spirito dei padri fondatori nell’accompagnamento della evoluzione della società.

Anche le leggi elettorali e i modelli organizzativi del partito devono tenere conto delle medesime aspirazioni: restituire agli elettori il diritto di scelta sugli eletti, consolidare il bipolarismo e la semplificazione del sistema politico; e insieme, nel partito, regolare le primarie alla luce delle esperienze sin qui maturate, far prevalere il merito rispetto alla fedeltà nella selezione, il coinvolgimento del territorio e degli iscritti nel controllo degli eletti, affermare un’idea di  partito come luogo di passione e di intelligenza collettiva declinata nel “noi” rispetto al partito cassa di risonanza calibrato sull’”io” di una leadership carismatica e personale. Ciò richiede un partito con un  forte radicamento nel territorio e nei luoghi di lavoro, con un’ intensa vita democratica al suo interno, con meccanismi trasparenti e partecipati di tesseramento, di selezione dei candidati e dei dirigenti  ad ogni livello, con un processo di formazione e valorizzazione dei giovani e delle donne.

Tutto questo rappresenta il più efficace antidoto all’antipolitica e all’inseguimento affannoso di quel sentimento. Gettando alle ortiche una discussione vacua su partito pesante o partito leggero.

La nascita del Pdl conferma la giustezza dell’intuizione del Pd che ha anticipato la semplificazione politica e ha indicato il bipolarismo come orizzonte della lotta politica nel nostro Paese e sulla più vasta scena internazionale.

Il Pd deve superare ogni incertezza su questo punto e riconfermarsi il centro di una alternativa alla destra, una alternativa non elitaria ma aperta al dialogo con le altre forze con le quali è possibile un progetto condiviso di società e di valori.

Spetta al prossimo Congresso definire al meglio la fisionomia e la prospettiva futura del Pd. Ma è certo fin d’ora che condizione preliminare per la riuscita del progetto è vincere la trappola delle rassicuranti nostalgie delle tradizionali appartenenze storiche, politiche, culturali ed organizzative, per dar vita ad una nuova identità che unifichi i valori positivi di quelle storie, le inveri rinnovandole nella società di oggi, fondendosi con le nuove culture e di generazioni che quelle esperienze non hanno vissuto. Deve essere chiaro che la posta in gioco non è il mantenimento in vita di una forma organizzativa e politica ma la nostra capacità di concludere positivamente la lunga transizione italiana, assicurando al nostro Paese, alla società italiana regole e strumenti che le permettano di esprimersi al meglio nella nuova scena europea e mondiale.

2 Risposte

  1. […] e aiutando  a promuoverlo assieme sul territorio con la vostra adesione.  Clicca qui per leggere l’ […]

  2. NESSUN VOTO A CHI HA TAGLIATO LE PENSIONI!!

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