E’ difficile sostenere, come fa il ministro Sacconi, che quando si parla di innalzamento dell’eta’ pensionabile delle donne ci si possa riferire esclusivamente al pubblico impiego, anche se il problema sollevato dalla Corte di Giustizia europea fa riferimento al solo lavoro pubblico.Questo significherebbe riportare in Italia una differenziazione tra regime pensionistico pubblico e privato. Una differenza del genere non reggerebbe a lungo. La strada da adottare non e’ un allineamento dell’eta’ pensionabile delle donne ai 65 anni, ma il recupero dell’uscita flessibile verso la pensione, dopo i 60 anni di eta’. Una scelta volontaria e commisurata alle esigenze di reddito e di lavoro che ciascuno puo’ liberamente verificare.
Pensioni: Sacconi riporta l’Italia indietro
Pubblicato su Martedì, 14 Luglio 2009 da Cesare Damiano














concordo in pieno..
concordo sul fatto che non possiamo rispondere ad una ipotetica discriminazione con un altra discriminazione creando differenze fra regime pubblico e privato . Il problema è un altro : come mai l’europa si muove per equiparare le pensioni e non per eliminare le discriminazioni .Infatti le donne italiane sono discriminate in termini di rispetto del diritto alla parità di retribuzione ( differenziali variabili dal 10 al 25% in tutti i settori sia pubblico che privato) , discriminate in termini di accesso alle carriere, private dei servizi di conciliazione etc ..etc…. non sarà che al governo fà gioco leggere la direttiva in maniera restrittiva ed ai partiti di opposizione non interessa una battaglia che parla di diritti e di riconoscimenti , non è che anche l’opposizione pensa ancora al lavoro femminile come accessorio al reddito familiare ????ma quando serve dobbiamo essere uguali agli uomini ???e chi paga tutto il lavoro – perchè di lavoro si tratta- erogato gratis di cura verso la famiglia ??? quindi forse è necessario se rivediamo il sistema delle pensioni ripensare anche al welfare al fine di riconoscere e dare un valore economico a questo lavoro.